Seven Heaven: la generazione di Tom Curry

9/3/2019

 

Il giovane terza linea Tom Curry (Sale Sharks) fa parte di quella nuova generazione di avanti che sta rendendo ancora più forte ed estesa la profondità della rosa inglese, in un reparto cruciale come quello delle terze, nell’anno della Rugby World Cup. 

 

Quando Tom Curry ha parlato per la prima volta con il tecnico della nazionale inglese Eddie Jones, il flanker ha pesato bene di menzionare tre australiani come suoi principali modelli di riferimento: Michael Hooper, David Pocock e l’intramontabile George Smith, flanker classe 1980 con 111 caps con l’Australia e 112 con i Brumbies, finalista nella Coppa del Mondo del 2003, impegnato attualmente con i Bristol Bears nella Premiership. 

 

Nel 2017, Curry aveva solo 18 anni quando ha debuttato nel tour estivo al suo primo test contro l’Argentina a San Juan, con già un titolo di man of the match alle spalle, conquistato nella partita contro i Barbarians a Twickenham.

 

Da allora, la sua rapida ascesa lo ha spesso portato sotto i riflettori: prestazione brillante e 4 caps nel difficile territorio sudafricano sfidando gli Springboks; 23 placcaggi nella vittoria contro l'Irlanda 32-20, primo al breakdown in 16 occasioni; il volto ricoperto di sangue durante il durissimo match contro la Francia, e la prima meta internazionale, nella rovinosa partita contro il Galles, che ha conquistato definitivamente il cuore del pubblico e dei critici. 

 

Lo sviluppo così repentino di Curry come giocatore da test match, così come i progressi brillanti di un altro contendente alla maglia No7 dell’Inghilterra, Sam Underhill, significa che oggi, nell’anno della Coppa del Mondo, lo staff tecnico inglese può vantare molteplici opzioni sul tavolo. 

La battaglia tra queste due nuove stelle sarà uno degli argomenti più discussi nel panorama inglese dei prossimi mesi, un contesa che rievocherà quella tra i mediani di mischia Matt Dawson e Kyran Bracken che precedette la stagione vittoriosa del 2003. 

 

E’ troppo facile inquadrare Sam Underhill solo come l’invalicabile difensore dal placcaggio arrembante, duro e rigido, proprio come sarebbe riduttivo classificare Curry solo come un più sciolto e libero spirito creativo della difesa. Underhill mostra un ottimo gioco palla in mano: viene subito in mente quella “non meta” contro gli All Blacks dello scorso autunno, durante la quale ha fatto apparire il lesto Beauden Barrett come l’ultimo dei rookies. Curry invece da dimostrazione di essere maestro delle arti oscure del turnover e del placcaggio: ne sono prova le sue cicatrici. 

 

Chi può mai dirlo, magari l’inventivo Eddie Jones finirà per far giocare insieme i due giovani, proprio come gli australiani Hooper e Pocock sono soliti lavorare in tandem già da parecchio tempo. 

 

Jones sa di avere in Curry un giocatore dotato di esuberante gioventù, fisicità, ottimo step, baricentro basso e istinto da cacciatore. Tutti gli openside flankers migliori dell’era moderna sono stati giocatori capaci di cogliere le opportunità che gli si presentavano, sapendo come adattarsi alle richieste del momento, dettate dai diversi registri degli arbitri e dalle tattiche degli avversari. La meta di Curry a Cardiff è stata il risultato di un intelligentissimo posizionamento e di opportunismo spietato, le fondamenta su cui si basa la totale comprensione di questo gioco. 

Lo stesso McCaw sarebbe rimasto senza parole.

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